venerdì 25 dicembre 2009

Natale nell'ombra


Natale sulla terra (II)

Guardò la strada, vuota, deserta. Fredda. Affrettò i passi, alzò lo sguardo, rimase soltanto a sentire il vuoto glaciale di quel giorno. Come tanti altri, prometteva di non lasciare nulla. Come tanti altri, scivolava via lento.

Aspettò. A lungo. Non senza cadere.

Ad un tratto la luce. La vita iniziò a volteggiare per aria, e non riusciva più a rimanere ferma. I fiocchi di neve cadevano, danzavano, sino a poggiarsi poi su ogni cosa: pensò non dovesse essere poi qualcosa di così brutto. Ed iniziò a vagare con la mente...

...Quando ci siamo incontrati, presi così in mezzo a tutti? Ed il cielo, in quale momento si era squarciato di nubi? Il mio, e il Tuo, i nostri mondi, per una volta uniti ed incrociati, connessi, intrecciati e legati a doppio filo. Arrivato, arrivata, da mille secoli di distanze, da dimensioni insondabili fino a poco tempo prima. Ed ora, qui, vicini, a far implodere...

Il Natale era esploso, lì: quel piccolo pezzo di finito, dilatato sino a tal punto da toccare l'infinito, da diventare a sua volta infinito. In un unico, solo, abbraccio. Intanto, i fiocchi di neve continuavano a volteggiare, per poi appoggiarsi sui cappotti della gente, e seguirli nel loro cammino. Non doveva essere niente male, se ne convinse.

E, si accorse di non aver sentito arrivare il Natale: ma ormai era troppo tardi, perché lo aveva già vissuto da dentro, e nessuno glielo avrebbe più portato via.

sabato 31 ottobre 2009

Notturno instabile


Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
Move le greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?


...


Forse s'avvess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia grerggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando l'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.


(G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia)

domenica 25 ottobre 2009

In every heart there is a room


Natale sulla terra (I)

Improvvisamente, si accesero tutte le luci. Le strade di animarono, si riempirono di gente. Tutti, tutti si tuffarono lungo i marciapiedi, incuranti del freddo. Tutti, si strinsero forte per non sentire il freddo. Tutti, presero per mano la vita ed il dolore, e li portarono davanti a sè.

...Jour éternel de la terre et des cieux...

Improvvisamente.
La realtà apparve, d'un tratto trasfigurata.
La neve ricoprì le strade, i tetti, le finestre.
Quel sentimento, quell'essere pieni, soddisfatti, in sintonia con tutto: c'era di nuovo, era lì. E a lui non sembrò nemmeno vero: tutto quanto squadernato davanti ai propri occhi, come più non aveva visto o sentito da molto tempo.

...Jour éternel de la terre et des cieux...

Si guardò intorno, senti il freddo entrare ben dentro di sè. Vide i volti felici di gente che andava cercando la serenità in sguardi ed abbracci. Si sentì, per un attimo a casa: pensò e ripensò, come sempre, a quelle partenze, a quei ritorni. Alzò gli occhi, al cielo, e vide milioni di fiocchi di neve cadergli addosso.




..And you're the only one who knows..



domenica 18 ottobre 2009

Ovunque


Fermò l'automobile, lasciò suonare ancora l'ultima traccia del cd..ascoltava con attenzione le note di quella canzone rimbalzare contro i finestrini, per poi andare a sbattere contro i sedili. Ad un tratto la musica finì, e con essa il cd: lui non lasciò il tempo al laser di riposizionarsi nella posizione di partenza, ma estrasse con velocità il supporto dall'autoradio. Era deciso a salire in fretta su in casa, per andare ad infilarsi sotto le coperte e così, rilassato, addormentarsi e svenire in un sogno totale.
Ma non fu possibile: perché la radio lo riportò indietro con i giorni..stavano trasmettendo quel vecchio pezzo, un solo pianoforte a scandire tempo e melodia, nessuna voce.

..tuffare la mano in un sacco di legumi... ...rompere la crosta della creme brulée con la punta del cucchiaino... ...e far rimbalzare i sassi sul canale Saint-Martin...

Già. E non aveva più voglia di alzarsi ed andare a dormire. Avrebbe voluto, per una sera, sentire ancora il caldo sulla pelle e scoppiare di sudore: ma il freddo era arrivato. In pochi giorni, nel giro di alcune ore. Ormai era lì. La festa, quella non c'era più. Nemmeno quella appena passata durante l'ultima serata: era volata, come vola a volte la nostra consapevolezza di essere semplicemente un soffio nell'infinità del cosmo.
Finita come tutte quelle sedie ritirate e messe a posto.
Finita come quei passi che si allontanavano.
Finita come doveva finire.
E, al suo posto, era tornato il reale, con il suo tremendo morso: era arrivato a presentare il conto. A tutti. E non sarebbero stati attimi di gioia. E non sarebbero stati occhi spalancati a cercare chissà cosa. Sarebbe arrivato il blocco. Come il freddo. La voglia di sbattere la testa contro il cuscino, magari per non ricordarsi di essere lì, presenti. E il reale, come sempre aveva fatto, come era suo compito, avrebbe travolto tutto e tutti. I superstiti li avrebbero poi contati dopo, nel caso che di superstiti si potesse parlare.
Non rimaneva niente. Anche la radio ormai si era spenta. Come lui: passò alcuni istanti ad osservarsi, e non si riconobbe. Pensò a tutto, e a quel dolore. Suo, e di altri. Ebbe la voglia di sprofondare lontano, per dimenticare quel male. Pensò, e ripenso, a lungo. Vuoto, misto calore.

Ovunque, in ogni luogo fosse. Lui c'era, era lì. Presente.

Eccomi

domenica 11 ottobre 2009

Conta la musica


Se tu mi avessi chiesto: "Come stai?"
se tu mi avessi chiesto:"Dove andiamo?"
t'avrei risposto "bene, certo sai"
ti parlo però senza fiato
mi perdo nel tuo sguardo colossale,
la stella polare sei tu...mi sfiori e ridi
no, cosi non vale

non parlo e se non parlo poi sto male

Quanto t'ho amato e quanto t'amo non lo sai
e non lo sai perchè non te l'ho detto mai
anche se resto in silenzio, tu lo capisci da te

Quanto t'ho amato e quanto t'amo non lo sai
non l'ho mai detto e non te lo dirò mai
nell'amor le parole non contano, conta la musica.

Se tu mi avessi chiesto: "Che si fa?"
se tu mi avessi chiesto: "Dove andiamo?"
t'avrei risposto:"Dove il vento va"
le nuvole fanno un ricamo
mi piove sulla testa un temporale
il cielo nascosto sei tu, ma poi svanisce in mezzo alle parole
per questo io non parlo e poi sto male

Quanto t'ho amato e quanto t'amo non lo sai
e non lo sai perchè non te l'ho detto mai
anche se resto in silenzio, tu lo capisci da te

Quanto t'ho amato e quanto t'amo non lo sai
non l'ho mai detto e non te lo dirò mai
nell'amor le parole non contano, conta la musica.

Quanto t'ho amato e quanto t'amo non lo sai
non l'ho mai detto, ma un giorno capirai
nell'amor le parole non contano,
.
..
...
conta la musica

venerdì 18 settembre 2009

Dialogo tra un impegnato e un non so


[Voce fuori campo:] Chi sei?
[G:] Mah, non so.
[Voce fuori campo:] Chi sei?
[G:] Sono un non so.
[Voce fuori campo:] L’ironia è un’arma della borghesia. Chi sei?
[G:] Sono… sono uno che scrive.
[Voce fuori campo:] Ah, sei un poeta!
[G:] Beh, chiamami come ti pare.
[Voce fuori campo:] Un poeta rivoluzionario?
[G:] Sì, rivoluzionario.
[Voce fuori campo:] E di cosa parli?
[G:] Parlo dell’uomo, dei suoi rapporti, dell’amore, parlo di un albero…
[Voce fuori campo:] Ah, di un albero, ero lì che ti aspettavo! Ma non lo sai che parlare di un albero in tempo di rivoluzione è come tradire la rivoluzione?
[G:] C’è la rivoluzione?
[Voce fuori campo:] Non fare lo spiritoso! Parlavo dell’impegno, dell’impegno ideologico.
[G:] Questa l’ho già sentita.
[Voce fuori campo:] L’hai già sentita ma non l’hai imparata.
[G:] Non è che non l’ho imparata, è che a me non interessa il cervello che va, va, chissà dove… deve passare di qui, dentro. È l’istinto che mi interessa, lo stomaco!
[Voce fuori campo:] Ah, lo stomaco, ero lì che ti aspettavo!
[G:] Eh ma tu mi aspetti sempre da tutte le parti!
[Voce fuori campo:] Per forza, fai ancora il discorso sui sentimenti, sui dolori… lo so dove vuoi arrivare. Ma credi veramente di servire a qualcosa?
[G:] Mah, non so. Servo a qualcosa? Dite, ditelo voi, servo a qualcosa?… non dicono.
[Voce fuori campo:] Non servi a niente! Sei un poeta borghese. Ti rinchiudi in te, non riesci a tirare fuori un’idea, modificarla, cambiarla.
[G:] Un’idea, modificarla, cambiarla, elaborarla… ci vuole mica tanto! È cambiarsi davvero, è cambiarsi di dentro che è un’altra cosa!


(G. Gaber, Dialogo I, tratto da Dialogo tra un impegnato e un non so)

domenica 13 settembre 2009

Nella gioia e nel dolore


Vesti bianche, passi leggeri, uno dopo l'altro..visi felici, concentrati..lui aspettava dentro, con una giacca blu che copriva gran parte del suo corpo. Il pubblico, la folla, attendeva impaziente l'arrivo di lei.

La veste bianca impattò con l'ambiente circostante, e tutto si accese di luce: pochi passi, emozionati, insicuri, ansiosi. Lui era lì, guardava con curiosità gli sviluppi di quel cammino che l'avrebbe portata lì, così vicino. Così vicino. Lei arrivò, e gli occhi si chiusero insieme: fu un lampo, un attimo, e si trovarono uniti. L'uno all'altra.

Lui e lei.
Lei e lui.
Per la vita.
Una vita insieme.

Esplose la felicità, esplose l'amore: e lo sentirono pure i vicini, tanto che dovettero affacciarsi alle finestre ed ai balconi per cercare di capire cosa stesse succedendo.

L'amore era lì, passava per i viali, inondava le strade, i marciapiedi. La luce era lì, sembrava quasi irreale, tanto era chiara, quasi trasparente.
Tutto era lì, condensato in unico luogo: non c'era altrove, non c'erano alto e basso, destra e sinistra, non c'era più nulla. Solo un unico abbraccio, due persone, un amore, un sogno ormai divenuto realtà.

Ed il ragazzo osservava da lontano, contava i passi e gli sguardi dei presenti: ma poteva sentirla ormai. Sfiorava la felicità degli altri, la sentiva entrare nella sua vita, nel suo corpo, nelle sue fibre: non era lontana, estranea. No. Lì, era lì, poteva sentirla, e non solo più vederla. Forte, vera.

Intanto le vesti bianche e blu seguitavano a muoversi leggere nel prato, tra i tavoli: la vita arrivava, entrava, si faceva sentire. Per un attimo, il ragazzo non pensò ai suoi dubbi, a tutti i pensieri, alle preoccupazioni, e persino quell'ansia scomparve: pensò soltanto a loro due, alla loro felicità, ai loro sguardi, a quei movimenti atti a cercarsi, alle dita che si intrecciavano sino a perdersi l'une nelle altre. E alla gioia che esplodeva, ancora una volta. E, per un attimo, anche nella sua vita: di riflesso, ma esplodeva pur sempre.

Rimase tutta la sera, osservò da lontano gli astanti, e ringraziò ogni singolo istante di quel giorno, ogni sguardo: sfiorava la felicità, e ne era pieno. Sì, per quella sera, per poco, ma la sentiva.